Recensione Diario di un barbaro di Stefania Rega

14 gennaio 2024 - ore 12,04
  • diario_di_un_barbaro_foto_stefy_rega_scaled.jpgRecensione  di Stefania Rega

    al nuovo libro di Carlo D'Urso:

    Diario di un barbaro


    Tra i tanti generi e sotto generi narrativi la forma diaristica è forse quella che ha le caratteristiche più evidenti e immediatamente riconoscibili: l’uso della prima persona, la chiara scansione temporale, la concentrazione sulla voce narrante. Pur variando nel tema, e quindi a dispetto del diario di viaggio, di guerra e del diario personale, questa peculiare forma di narrazione si distingue anche per la particolare capacità di legare fortemente il lettore al personaggio principale, che quasi sempre coincide con il narratore. La forza del genere diaristico risiede nell’empatia che si crea tra il narratore che racconta gli eventi in prima persona, dal suo personale ed emotivo punto di vista, e il lettore costantemente esposto alle sue parole ed emozioni. Un diario che mancasse il legame tra narratore e lettore mancherebbe di assumere la propria, vera identità narrativa. Basti pensare alla traccia che hanno lasciato alcuni diaristi, da Anna Frank a Cesare Pavese, per citare qualche nome noto a tutti.

    In ogni caso, se un personaggio-narratore decide di lasciare un documento della propria esperienza è perché la ritiene in qualche modo di valore, utile per se stesso o per chi lo leggerà. Il protagonista di Diario di un barbaro, ad esempio, rappresenta il caso di un narratore per il quale raccontare le proprie vicissitudini significa chiarirle anche a se stesso. L’autore è Carlo D’Urso, uno scrittore milanese con una formazione storica che in passato ha pubblicato, sempre per l’editore Arbor Sapientiae, un libro sulla storia dell’imperatore romano Eliogabalo e uno sul conte Dracula, due biografie con ampio corredo storico. Il suo ultimo lavoro, Diario di un barbaro appunto, è stato pubblicato a dicembre 2023 ed è stato presentato alla Fiera della media e piccola editoria di Roma. Del protagonista non sappiamo il nome, ma sappiamo che è un giovane di etnia celtica, una popolazione che si spostava lungo ampie zone del Nord Europa negli ultimi secoli precristiani vivendo di caccia ed agricoltura. Attraverso la sua testimonianza apprendiamo gli usi e costumi della piccola comunità celtica, in particolare il legame strettissimo con la natura ai cui elementi– il sole, gli alberi, i fiumi – i celti conferirono lo statuto di divinità. Non a caso il protagonista scandisce il tempo del suo diario attraverso un calendario arboreo. Nel mondo civile erano gli eventi a determinare la conta del tempo, ad esempio la nascita di un profeta o di una città. Nelle comunità barbare dei celti erano gli alberi a segnalare lo scorrere del tempo. E quindi il diario inizia il 5° Saille (Salice) e finisce il 28° Ailm (Abete). Non ci sono altri riferimenti temporali, né storici o geografici che possano collocare la storia nel tempo e nello spazio.

    Diario di un barbaro è principalmente la storia intima e personale del protagonista, un giovane al limitare dell’adolescenza che partendo dalle iniziali incertezze e domande, tipiche della sua età, ci porta con sé lungo un viaggio al termine del quale potrà finalmente accedere al mondo degli adulti.

    Il percorso di crescita che compie ha alcune tappe e caratteristiche fondamentali. Innanzitutto, il riconoscimento della funzione di guida dell’intera comunità, dai guerrieri ai druidi, i ministri del culto celtico. Siamo in un mondo barbaro, almeno così definito dai Romani perché privo di strutture socialmente rilevanti – leggi scritte, produzione artistica, costruzioni architettoniche -, che però ha trovato la sua stabilità e forza nella coesione del gruppo. I ruoli differenziati dei membri della comunità consentono a ciascuno di scegliersi un percorso e seguirlo per dare il proprio contributo. Il ragazzo, quindi, conosce il percorso che lo aspetta e che lo porterà ad essere uno dei guerrieri della sua gente: amore e cura per la natura, rispetto per gli altri uomini della comunità e, naturalmente, coraggio e onore in guerra, culmine della sua formazione.

    Una tappa fondamentale è la caccia. Seppure brevissima, la scena in cui il ragazzo per la prima volta segue il gruppo di cacciatori è fortemente emblematica. È il primo assaggio dell’uomo guerriero che il ragazzo può assaporare, e scopre che ha un gusto esaltante. I motivi sono vari, tutti molto importanti. La caccia, nelle società antiche, era un momento fondamentale perché, ovviamente, rappresentava la sopravvivenza per tutto il gruppo. Gli uomini più forti, più abili nell’uso delle armi, si assumevano il compito nobile di procurare il sostentamento per tutti. Ma la caccia era anche il momento in cui l’uomo chiedeva e prendeva dalla natura, vale a dire dal suo riferimento divino, i mezzi del sostentamento fisico. La natura era insieme il referente spirituale e il referente mondano. Non a caso, il ragazzo definisce la caccia un “atto rituale”. Inoltre, si legge ancora nel libro: “Non tanto la morte, l’uccidere o il ferire sembravano i suoi [del cacciatore] scopi quanto quello di stanare e indurre la preda verso una sorte predeterminata”. Come a dire che la Natura nella sua veste generatrice ha messo a disposizione dell’uomo ciò di cui ha bisogno per la sua sopravvivenza fisica e l’uomo non deve fare altro che prenderlo. La caccia quindi si configura come atto necessario per il sostentamento della comunità e come ulteriore celebrazione della divinità della Natura.

    Non poteva mancare l’amore. Il nostro ragazzo si innamora di Noreia, l’unico nome proprio della storia, una sorta di destino rovesciato della protagonista femminile de Il nome della rosa. Davanti a Noreia, tutto il resto sembra svanire. “Per lei abbandonerei anche il mio scudo, tradendo me stesso e la mia Tuath”. Il primo amore di un ragazzo non poteva manifestarsi che in questi termini: assoluti. Ma quando lo scenario cambia, Noreia scompare. La sopravvivenza del gruppo viene prima della felicità del singolo. Le ultime pagine del diario sono le più dolorose ma è solo attraverso il dolore che il nostro adolescente poteva giungere alla piena maturazione. L’ultimo tassello del suo apprendistato sarà l’insegnamento del druido: “segui te stesso”. La relazione tra la comunità e il ragazzo, tra il gruppo e il singolo, ha svolto il suo compito. Il ragazzo trova la sua identità che è fatta di passato e futuro insieme, di tradizione e innovazione, di comunità e individualità.